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Tradizioni e diversità linguistiche sulle Alpi Occidentali

Illustrazione: © Marta Monge x Parks Of Italy

Quando si parla di parchi nazionali e aree protette in Italia, è doveroso ricordarsi quanto la componente umana giochi spesso un ruolo imprescindibile. Ci sono infatti molti esempi di come la salvaguardia del paesaggio e delle specie animali e vegetali vada di pari passo con la valorizzazione di elementi antropici del territorio. In questo articolo ci occupiamo del rapporto tra parchi naturali e conservazione della diversità linguistica, e lo facciamo prendendo a modello il caso dei parchi piemontesi.

Un parco naturale è molto spesso un’area marginale, lontana dalle trasformazioni sociali ed economiche delle aree cittadine, in cui si conservano ecosistemi unici impossibili da trovare altrove. In questi ecosistemi trovano ancora spazio quelle pratiche che l’Unesco inserisce sotto la dicitura di patrimonio culturale immateriale (intangible cultural heritage); ne fanno parte ad esempio tradizioni orali, feste, rituali e tecniche produttive locali.

Scopriamo che sono incluse qui anche attività strettamente legate ai parchi delle Alpi occidentali, come la pastorizia transumante e l’alpinismo. Perciò, è facile vedere come il Parco sia una realtà che gioca un ruolo importante nel conservare la diversità a vari livelli: non solo animali e piante, ma anche una diversità umana, di cui partecipano le persone con le loro attività. 

Concentriamoci sul caso piemontese. Da molto tempo gli enti di gestione dei parchi si sono accorti dello stretto legame che intercorre tra le pratiche culturali radicate sul territorio e il patrimonio ambientale.

Quasi tutti i siti web dei parchi dedicano almeno qualche riga alle tradizioni che si conservano nei luoghi su cui si estende il parco, e molti offrono attività dedicate alla scoperta di questa ricchezza. Anche di fronte a questa evidenza, però, è forse meno scontata di altre la stretta connessione fra parchi naturali e minoranze linguistiche. Il caso del Piemonte ci offre un esempio di questa connessione: qui, quasi tutte le aree protette sono anche aree in cui si parla una lingua di minoranza. Tutto il parco del Gran Paradiso si estende sull’area in cui si parla il francoprovenzale, presente anche nel parco Alpi Cozie, insieme all’occitano, mentre fa parte del parco Alta Val Sesia il comune walser di Alagna.


Appartiene a una minoranza qualunque gruppo sociale che, all’interno del territorio italiano, usi una lingua diversa da quella nazionale.


Ma che cosa sono le minoranze linguistiche? Il concetto è ancora oggi oggetto di dibattito fra i linguisti, ma a un livello molto generale si può dire che appartiene a una minoranza qualunque gruppo sociale che, all’interno del territorio italiano, usi una lingua diversa da quella nazionale, appunto l’italiano.

Ne fanno parte ad esempio tutti i dialetti della Penisola, le lingue di rom e sinti e le lingue di immigrazione. In Italia, però hanno uno status particolare alcune minoranze “storiche” esplicitamente tutelate dalla legge n. 482/1999, che da più di vent’anni permette di finanziare attività di conservazione e rivitalizzazione del patrimonio linguistico. 

Tornando al caso del Piemonte, sono parte di quest’intervento appunto il patois francoprovenzale, parlato tra Piemonte e Valle d’Aosta, le diverse varietà occitane – o lingua d’oc – presenti a partire dalla valle di Susa fino alle Alpi Marittime (oltre che in tutto il sud della Francia) e il walser. Quest’ultima, forse la meno conosciuta delle tre, sicuramente quella meno vitale, è un dialetto alemannico, parente cioè dei dialetti tedeschi meridionali, ed è arrivato in Piemonte durante una migrazione che risale al Medioevo. 

Le lingue hanno una presenza fisica, incredibilmente materiale, sul territorio, e lo si può vedere osservando il paesaggio linguistico. Questo può essere definito come la controparte visiva delle varie lingue in un territorio, e ne fanno parte tutte le manifestazioni delle diverse lingue, dai cartelli che indicano il nome di una località, ai nomi delle attività commerciali, fino al manifesto affisso per sponsorizzare un evento.

Scopriamo così che proprio le aree di biodiversità sono molto spesso anche aree che mantengono una diversità linguistica che altrove è stata livellata. Per questo, tornando al nostro “caso di studio”, le lingue di minoranza del Piemonte sono presenti in vario modo nell’ecosistema dei parchi piemontesi e caratterizzano il luogo in maniera saliente: lo vediamo nella segnaletica bilingue, negli eventi culturali sponsorizzati dai parchi, o addirittura ospitati all’interno del parco stesso.

Quasi tutti i parchi piemontesi contengono comuni che ospitano minoranze linguistiche, e l’Ente di gestione del parco gioca un ruolo non indifferente anche nel gestire i fondi dedicati alla conservazione delle lingue locali. Basta una rapida esplorazione dei siti web delle principali aree parco piemontesi per rendersi conto che è sempre presente almeno una pagina dedicata alle minoranze della zona; a volte sono ospitate anche le penne di eminenti studiosi, come è il caso della descrizione del franco-provenzale di Tullio Telmon sul sito del Parco del Gran Paradiso.

Il parco Alpi Cozie, dal canto suo ospita presso l’Ecomuseo di Salbertrand uno sportello linguistico di lingua occitana e francese. Ma in molti casi i parchi contribuiscono a promuovere attivamente le spinte culturali delle comunità locali, dando risonanza a eventi che continuano tradizioni antichissime come il carnevale dell’Orso di Segale di Valdieri, nel parco delle Alpi Marittime. 
Durante questa particolare ricorrenza, tra l’1 e il 2 febbraio, un “mostro” con la faccia annerita di caligine e vestito di paglia di segale, attraversa le vie del paese: spaventa i bambini, fugge dai domatori, importuna le donne, evita l’acquasanta dei frati esorcisti. Il suo risveglio dal letargo comunica alle persone che la cattiva stagione sta per finire.

Carnevale alpino di Valdieri 2021. Photo: Francesca Parracone

Perciò, c’è un legame fra diversità linguistica e biodiversità? Certamente. E ce lo dimostra proprio l’esperienza dei parchi piemontesi, il cui operato non si limita alla conservazione di flora e fauna locali, ma si estende anche alla diversità “umana”, delle comunità locali e dalle loro lingue. 

La salvaguardia del patrimonio ambientale promossa dai parchi e dalle varie aree protette può dunque essere fonte di nuove opportunità e di nuovi modi di valorizzare le minoranze linguistiche.

Gli Enti legati al parco sono soggetti che hanno la possibilità di intercettare le istanze dal basso che provengono dalle comunità stesse e di fornire una piattaforma per dare corpo a nuove iniziative, superando così un’idea di conservazione intesa esclusivamente come attività “museale”. Allo stesso tempo, se la lingua di minoranza rimarrà confinata nella segnaletica bilingue, nel nome di una birra locale, o nei prodotti del negozio dei souvenir, vorrà dire che l’intervento di salvaguardia non è andato molto lontano. 

Per concludere, legare un qualcosa di così fragile e immateriale, magari percepito anche da alcuni come inutile in termini economici, come la conservazione di una lingua, a battaglie che hanno una risonanza maggiore, come la tutela del paesaggio, della flora e della fauna, è in definitiva un qualcosa che può fare bene a entrambe le cause. Sicuramente ci restituisce un’immagine più completa del patrimonio del territorio, di cui fanno parte tanto la ricchezza ambientale quanto quella linguistica e culturale.

Inoltre, Daniel Nettle e Suzanne Romaine, nel loro libro Voci del Silenzio, osservano che la conservazione di una lingua è anche conservazione dei saperi codificati all’interno da questa lingua toponimi, nomi di piante, animali, fenomeni atmosferici. Questo ci permette dunque di conoscere, comprendere e raccontare un territorio attraverso gli occhi delle comunità che lo vivono. E soprattutto ci permetterà di farlo anche in un futuro prossimo in cui, inevitabilmente, queste lingue non saranno più parlate.

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